Vittoria Mangano – “Questa è la storia di due di voi”,
così la signora Maria Teresa Salaorni Turazza ha iniziato a parlare dei suoi figli, Massimiliano e Davide, vittime del dovere, durante l’incontro con noi, allievi agenti, nell’aula magna della scuola di Polizia.

Non ha parlato di due eroi lontani nel tempo, irraggiungibili, neanche di due nomi incisi su una lapide, ma di due ragazzi come noi. Due persone che hanno indossato la stessa divisa, che oggi stiamo ancora imparando a onorare, e che hanno fatto lo stesso giuramento che un giorno faremo.

Ed è qui che quel “due di voi” mi è arrivato addosso più come un “due di noi”.
Quel momento disorienta, lo posso assicurare: non era un ricordo, ma quasi un avvertimento. È risuonato diretto, spiazzante, mi ha stretto e preso in contropiede per dirmi che ciò che stiamo scegliendo non è solo un lavoro, ma un Servizio imprescindibile che può chiedere tutto. Persino la vita.

Allora l’unica cosa da fare è mettersi in ascolto di chi, come la signora Turazza, è il volto più duro e autentico di ciò che abbiamo deciso di intraprendere. Eppure, proprio attraverso il suo dolore, lei è riuscita a trasmetterci qualcosa che va oltre la paura: il senso profondo di ciò che significa esserci (sempre), anche quando sarebbe più facile tirarsi indietro. Tornare a casa. Non arrivare 10 minuti prima a quell’appuntamento.

Ed è proprio questo che fa la differenza: la consapevolezza di ciò che si è perso, ma di come si è scelto di restare. Restare accanto a noi, parlarci, guardarci negli occhi e dirci, senza retorica, che quella storia potrebbe riguardare chiunque.

Credo che bisogna partire da qui: dalla «coscienza intrepida» che dietro ogni divisa c’è una persona, una famiglia, una vita. E che il valore di ciò che stiamo costruendo si misura anche nel coraggio di accettare questa verità.

Signora Turazza, senza conoscere le tenebre, non si saprebbe mai cos’è luce. E io l’ho vista nei suoi occhi!

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